“Il Pappagallo e il Doge” è il titolo il libro di Alberto Sinigaglia appena pubblicato dalla Biblioteca dei Leoni. Chiaro fin dal titolo che il veneziano di Torino, dove lavora da molti anni, dedica alla sua Laguna qualcuno dei tredici racconti. Ma forte è la presenza di Torino e del giornalismo torinese nelle storie e nei protagonisti: molto noti, come il giornalista-scrittore-regista Mario Soldati o Giulio De Benedetti, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Carlo Casalegno, Giovanni Giovannini, Alberto Ronchey, o ignoti, ma importanti, come i tipografi, tecnicamente formidabili, appassionati e orgogliosi del proprio lavoro, simili al Faussone della Chiave a stella di Primo Levi. Passione e orgoglio condivisi con i giornalisti in quella “età del piombo” finita con l’avvento del computer. Che cosa è rimasto? Quanto è cambiato nel giornalismo? Naturale chiederlo all’autore, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, che offre ai suoi oltre settemila iscritti incontri di formazione e di aggiornamento professionale di alto livello, attenti alle nuove rotte del giornalismo nel pieno di una trasformazione epocale.

1. Professor Sinigaglia, come è cambiato il mondo del giornalismo negli anni?

Giornalista è chi ha scelto il mestiere dell’informazione e lo fa secondo studi, metodi e principi morali, come lo fanno, o dovrebbero farlo, medici, avvocati, architetti, ingegneri, farmacisti, commercialisti. Giornalista è chi per scelta, per preparazione e per lavoro seleziona le notizie e i fatti secondo la gerarchia della loro importanza, ne verifica fino in fondo la fondatezza, li racconta nel linguaggio più chiaro, più comprensibile. “Sogno un giornalismo onestissimo, indipendente da tutto e da tutti”, diceva Alfredo Frassati, che trasformò la “Gazzetta Piemontese” in un grande giornale nazionale, “La Stampa”. Questo deve continuare a essere l’obiettivo di ogni giornalista
che ama il proprio lavoro e ne sente la responsabilità di “servizio pubblico”. L’attualità lo rende molto arduo. L’incalzare delle nuove tecnologie e la crisi economica, con il crollo delle vendite e il ridimensionamento delle redazioni, dei collaboratori e dei compensi, hanno dato un colpo molto duro al giornalismo italiano. Che continua a soffrirne proprio in questi anni cruciali, in cui deve adattarsi e insieme contribuire alle grandi trasformazioni che grossolanamente definiamo “passaggio dalla carta al web”. Non si vedrà né la fine della carta né il totale trionfo del web, megafono di notizie vere ma pure di notizie false e altri veleni. La trasformazione è già piena di sfumature
e di sorprese.

2. I giornalisti vengono spesso screditati perché tacciati di sciatteria, sensazionalismo, faziosità. Che cosa pensa a riguardo?

Sui giornali notiamo – purtroppo è vero – troppe sciatterie, troppe violazioni della grammatica e della sintassi, troppe parole usate a sproposito. Più dannosi il sensazionalismo, l’enfatizzazione, la teatralizzazione, i titoli gridati, la panna montata di una grafica ridondante, che ha fatto propri i vizi e i difetti dei giornali della sera, ignorando che sono tutti morti anche per quei vizi e quei difetti. La faziosità è incompatibile con l’informazione, rende inefficace il messaggio e meno credibile la testata che ne fa un’arma. Ma chi scredita i giornali e i giornalisti, offende i molti che conoscono il mestiere e lo fanno bene, in genere non li legge o non li segue alla radio o alla tv. Li teme, ne auspica la fine: più l’informazione è debole, più facile è mentire, truccare, rubare. Invece, proprio l’esplosione della “comunicazione” nell’incalzare e nel diffondersi delle nuove tecnologie rende il giornalismo sempre più necessario, sempre più determinante e affidabile per chi voglia sapere che cos’è vero e che cos’è falso, che cos’è notizia e che cosa è chiacchiera, pettegolezzo, menzogna.

3. È concorde con le nuove regole che, dallo scorso marzo, limitano fortemente il finanziamento pubblico ai giornali?

Il giornalismo è un pubblico servizio, fondamentale per la democrazia, per la vita della società, per la sua salute, a cominciare da quella fisica: si pensi a quanta ignoranza abbiamo constatata a proposito dei vaccini. È giusto che il governo e il Parlamento aiutino l’informazione come aiutano le poste, le ferrovie, la sanità, che devono funzionare a pieno regime anche dove i bilanci sono in passivo. Naturalmente vanno evitati certi errori del passato: i finanziamenti clientelari, agli “amici”, a testate nate morte alla vigilia di qualche turno elettorale. Sarà un compito fondamentale per il governo che uscirà dalle prossime elezione: dalla tempestività e dalla qualità del suo
intervento si capirà il suo grado di consapevolezza e di responsabilità in fatto d’informazione.

4. Perché l’Ordine dei Giornalisti va preservato?

L’Ordine dei Giornalisti è una peculiarità italiana, che alcuni paesi guardano con interesse, specie oggi che sembra decisamente avviato a un rinnovamento profondo. Al compito di far osservare la disciplina e la deontologia nel 2014 si è aggiunto per legge quello della formazione e dell’aggiornamento professionale obbligatorio. Ora si avvia a cambiare le regole d’ingaggio, rendere molto più selettivo l’ingresso nella professione, adeguandole ai suoi cambiamenti, alle sue nuove esigenze e prospettive. Giorno verrà che potrà dirsi giornalista solo chi esercita quella professione, avendo un’alta, adeguata e certificata preparazione.

5. La nuova redazione del Corriere della Sera a Torino quale valore aggiunto comporta per la nostra città?

Più informazione c’è, più osservatori ha, più viva è una città, più controllata la sua salute. Inoltre la concorrenza non è soltanto l'”anima del commercio”: stimola anche il giornalismo. Le redazioni della “Stampa”, di “Cronaca Qui”, del “TGR” Rai, della “Repubblica” sono forti di tradizioni e di sperimentate professionalità, alle quali è ricorso anche Umberto La Rocca nel costituire la squadra torinese del “Corriere”. Pronostico e auspico un bel campionato.

6. È vero che ha un importante progetto per il giornalismo italiano, che dovrebbe trovar sede proprio a Torino?

Da veneziano non sprovvisto di autoironia lagunare tra le prime cose che apprezzai di Torino era quel comandamento della filosofia piemontese che si sintetizza nell’”esageruma nen”. Il “progetto” è ancora poco più di un sogno. Per la crescente complessità del giornalismo, comunque sia fatto – televisione, radio, reti telematiche, quel che rimarrà all’edicola – credo occorra un’alta scuola per direttori e per amministratori di testate. E credo che Torino sarebbe, tra le grandi città italiane, la più adatta a ospitarla: vi sono nati giornali importanti, dal “Risorgimento” di Cavour alla “Gazzetta del Popolo”, alla “Stampa”; vi hanno debuttato la prima agenzia giornalistica, il cinema, la radio, la televisione, una certa idea della pubblicità. Inoltre è città tecnologica da sempre all’avanguardia. Una via per avvicinarci all’obiettivo potrebbe essere organizzare, ogni anno o due, una manifestazione per la quale Torino – che con il Salone del libro è la capitale della cultura italiana una volta l’anno – diventi anche capitale dell’informazione per qualche giorno.

7. Nella sua lunga e commendevole carriera giornalistica, ha avuto modo di rivolgere domande a molte personalità eminenti. Quali interviste le sono rimaste particolarmente impresse e perché?

Tra i doni che ho avuti dal giornalismo ci sono stati gli incontri professionali. Spesso hanno fruttato intese umane e intellettuali, amicizie durate per sempre. Per non fare troppi nomi, limitiamoci agli anniversari del 2018: quarant’anni dalla morte di Giulio De Benedetti, leggendario direttore della “Stampa”, trenta dalla morte di Massimo Mila, dieci da quella di Mario Rigoni Stern, cento dalla nascita di Leonard Bernstein. Fu Giulio De Benedetti prima a propormi l’assunzione, poi a presentarmi al suo successore Alberto Ronchey, infine – sebbene fossi molto giovane e sebbene non avessi lavorato con lui – a considerarmi tra i suoi “moschettieri”, invitandomi
spesso alle sue celebri passeggiate nei boschi di Rosca per parlare di giornali. Di Massimo Mila sono stato il testimone delle seconde nozze e questo prova quanto il rapporto professionale si fosse trasformato in affetto. Di affetto profondo e ricambiato si arricchiva anche il mio rapporto con Mario Rigoni Stern, collaboratore della Terza pagina della “Stampa” in anni importanti per noi e per lui. Con Leonard Bernstein, tra i più grandi musicisti del Novecento, non ebbi purtroppo la stessa confidenza, ma incontri alla Scala, un’intervista e un’indimenticabile telefonata che fruttò al mio giornale un’intervista bellissima che maestro concesse a Furio Colombo invitandolo nella sua casa di Manhattan. Particolarmente impressa mi rimane l’intervista con Italo Calvino per il talk-show “Vent’anni al 2000”, che condussi nel 1981 su Rai3, regista Bruno Gambarotta. In varie occasioni commemorative dello scrittore è
stata riproposta negli Istituti italiani di cultura in molti Paesi e continua a essere molto sfruttata dalla Rai quasi tutte le volte che ricorda Calvino.

8. Come appassionato scrittore e lettore, invece, perché consiglia di leggere? E quali generi consiglia?

Nel nostro Paese siamo ancora a un così basso livello medio di lettura che raccomando di leggere di tutto e in qualsiasi modo, carta o ebook: narrativa, saggistica e persino “giornalistica”, pur francamente non considerando tutti riusciti e necessari i libri sfornati da colleghi. E auspico la diffusione degli audiolibri, molto popolari in Germania specie tra chi viaggia molto in automobile. Ma quando mi chiedono consigli di lettura, non riesco a frenare un riflesso condizionato per il quale tardo a parlare di libri e invito a leggere un quotidiano: “Vi troverai anche suggerimenti culturali e librari. Soprattutto, t’informi delle coseche non puoi ignorare. Solo se bene informati siamo pienamente cittadini, in grado cioè di farsi un’opinione, di dare un giudizio fondato, di fare una scelta, di esprimere un voto consapevole. Non vai più all’edicola? Ascolta un giornale radio, segui un tg, cerca il giornalismo in rete, ma informati”. Non mi stanco di esortare a una miglior informazione e a un suo uso più assiduo: ne dipende il livello di una democrazia, la qualità di una società in ogni suo aspetto.

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